Cultura Libera
di Lawrence Lessig

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Cap. 12 - Danni

Per combattere la “pirateria,” per tutelare la “proprietà”, i produttori di contenuti hanno dichiarato una guerra. L’attività di lobbying e il contributo di numerose campagne ora vi hanno trascinato anche il governo. Come ogni guerra, anche questa produrrà danni diretti e collaterali. Come in ogni guerra proibizionista, sarà la maggior parte di noi a subire tali danni.

Finora il mio obiettivo è stato descrivere le conseguenze di questa guerra, in particolare le conseguenze per la “cultura libera”. Ma adesso il mio scopo è approfondire questa descrizione per farla diventare una vera e propria tesi. Questa guerra ha qualche giustificazione?

Dal mio punto di vista, no. Non esistono buone ragioni perché questa volta, per la prima volta, la legge debba difendere il vecchio contro il nuovo, proprio quando il potere di ciò che chiamiamo “proprietà intellettuale” ha raggiunto il punto più alto nella nostra storia.

Eppure il “senso comune” non la vede così. Il senso comune sta ancora dalla parte dei Causby e dell’industria che produce contenuti. Le posizioni estreme a favore del controllo in nome della proprietà trovano ancora eco; il rifiuto acritico della “pirateria” è tuttora vincente.

Continuare questa guerra avrà numerose conseguenze. Voglio descriverne soltanto tre, tutte - si può pensare - non volute. Sono quasi certo che questo valga per la terza. Lo sono un po’ meno per le prime due. Esse tutelano le moderne RCA, ma non esiste alcun Howard Armstrong pronto a combattere contro gli attuali monopolisti della cultura.

Vincolare gli autori

Nei prossimi dieci anni assisteremo a un’esplosione di tecnologie digitali, le quali consentiranno quasi a chiunque di catturare e condividere materiali. Il che, ovviamente, è ciò che gli esseri umani hanno fatto fin dall’alba dell’umanità. È questo il modo in cui impariamo e comunichiamo. Ma catturare e condividere tramite la tecnologia digitale è diverso. La fedeltà e la potenza sono differenti. Potremo inviare un messaggio di posta elettronica per raccontare una barzelletta vista su Comedy Central, oppure spedire la sequenza video. Potremo scrivere un saggio sull’incoerenza delle argomentazioni dei politici che apprezziamo o detestiamo, oppure realizzare un breve filmato che ne metta a confronto le affermazioni. Potremo scrivere una poesia per esprimere il nostro amore, o mettere insieme alcune canzoni del nostro artista favorito formando un collage che renderemo disponibile in Rete.

Questo “catturare e condividere” digitale è in parte un’estensione dell’analoga pratica che ha fatto sempre parte integrante della cultura, e in parte qualcosa di nuovo. Continua la tradizione della Kodak, ma fa esplodere i limiti delle tecnologie del tipo Kodak. La tecnologia del “catturare e condividere” digitale promette una creatività straordinariamente variegata che si può condividere in maniera ampia e semplice. E, applicando tale creatività alla democrazia, consentirà a una vasta gamma di cittadini di usare la tecnologia per esprimersi, criticare la cultura che li circonda e contribuirvi.

La tecnologia così ci ha dato la possibilità di fare, con la cultura, cose che in precedenza erno possibili soltanto a individui appartenenti a piccoli gruppi, isolati dagli altri. Pensiamo a un anziano che racconta una storia ad alcuni vicini in una piccola città. Immaginiamo ora la stessa storia raccontata a tutto il mondo.

Eppure tutto ciò è possibile soltanto se questa attività è considerata legale. Nell’attuale regime di regolamentazione giuridica, non lo è. Dimentichiamo per un momento il file sharing. Pensiamo a quegli incredibili siti che più amiamo in Rete. Siti Web che offrono la sintesi delle trame di spettacoli televisivi dimenticati; siti che archiviano i cartoni animati degli anni ’60; siti che mescolano immagini e suoni per criticare politici o aziende; siti che raccolgono articoli di giornali su lontani argomenti scientifici o culturali. Su Internet esiste un’enorme quantità di materiale creativo. Tuttavia, per come oggi viene concepita la legge, è tutto presumibilmente illegale.

Questa assunto porterà al crescente congelamento della creatività, mentre continueranno a proliferare gli esempi di pene severe per violazioni poco chiare. È impossibile avere un’idea precisa di ciò che è consentito e di ciò che non lo è, e nello stesso tempo le sanzioni per aver varcato il limite sono incredibilmente pesanti. I quattro studenti presi di mira dalla RIAA (Jesse Jordan, di cui ho parlato nel capitolo 3, era uno di loro) furono minacciati con una denuncia da 98 miliardi di dollari per aver realizzato motori di ricerca che consentivano la copia di canzoni. Eppure la World-Com - che ha defraudato gli investitori di 11 miliardi, provocando una perdita, per chi aveva investito nella capitalizzazione di mercato, superiore a 200 miliardi - ha subito una multa di appena 750 milioni di dollari [1]. In base alla legislazione attualmente in discussione al Congresso, un chirurgo colpevole di aver tagliato la gamba sbagliata verrebbe ritenuto responsabile per danni non superiori ai 250.000 dollari per il dolore e la sofferenza inflitti [2]. Può il senso comune riconoscere l’assurdità di un mondo in cui la multa massima per aver scaricato due canzoni da Internet sia superiore alla multa comminata a un medico per aver macellato un paziente a causa della sua negligenza?

La conseguenza dell’incertezza della legge, legata a queste sanzioni estremamente elevate, è che un’incredibile quantità di creatività non verrà mai esercitata, o non lo sarà alla luce del sole. Quando definiamo “pirati” i Walt Disney dell’era moderna, spingiamo nella clandestinità questo processo creativo. Rendiamo impossibile per le aziende commerciali affidarsi al pubblico dominio, perché i suoi limiti sono progettati per essere poco chiari. Non c’è nulla che convenga di più che pagare per il diritto di creare, e da qui deriva che soltanto coloro che possono pagare si vedono autorizzati a creare. Come è accaduto nell’Unione Sovietica, anche se per ragioni molto diverse, assisteremo alla nascita di un mondo di arte clandestina - non perché il messaggio sia necessariamente politico, o perché il tema sia problematico, ma perché la creazione artistica in sé può diventare onerosa dal punto di vista legale. Già ora circolano negli Stati Uniti mostre di “arte illegale” [3]. In che cosa consiste la loro “illegalità”? Nel mescolare la cultura che ci circonda con un modo di esprimersi critico o riflessivo.

Il motivo di questo timore dell’illegalità ha a che fare, in parte, con la trasformazione della legge. Nel capitolo 10 ho illustrato questo argomento nei dettagli. Ma una parte ancora maggiore dipende dalla crescente facilità con cui vengono individuate le violazioni. Come scoprirono nel 2002 gli utenti dei sistemi di file sharing, è una cosa da nulla per i titolari del copyright ottenere le ingiunzioni per imporre ai provider di servizi Internet di rivelare quale materiale possiede ciascun utente. È come se il nostro registratore a cassette trasmettesse l’elenco delle canzoni che abbiamo ascoltato nell’intimità di casa nostra, in modo che chiunque possa sintonizzarsi e ottenere quell’elenco per un motivo qualsiasi.

Storicamente non è mai successo che un pittore debba preoccuparsi se quanto dipinge possa violare l’opera di qualcun altro; ma il pittore dell’era moderna, usando gli strumenti di Photoshop, condividendo materiale sul Web, deve cautelarsi ogni volta. Siamo completamente circondati da immagini, ma le uniche che si possono utilizzare con sicurezza nell’atto creativo sono quelle comprate da Corbis o da un’altra agenzia fotografica. E con l’acquisto, avviene la censura. Per le matite esiste il libero mercato; non dobbiamo preoccuparci del loro effetto sulla creatività. Ma per le icone culturali esiste un mercato altamente regolamentato, monopolizzato; il diritto di coltivarle e trasformarle non è ugualmente libero.

Raramente gli avvocati notano quest’aspetto, perché di rado gli avvocati sono empirici. Come ho illustrato nel capitolo 7, a proposito della vicenda di Jon Else, parecchi avvocati mi hanno tenuto la loro lezione, dimostrando che l’attività di Else rientrava nel “fair use”, e che quindi sbaglio nel sostenere che la legge regolamenta un simile utilizzo.

Ma in America l’uso legittimo comporta semplicemente il diritto ad assumere un avvocato per difendere il nostro diritto a creare. E come gli avvocati tendono a dimenticare, il sistema per la difesa di diritti come l’uso legittimo è incredibilmente malfatto - praticamente in ogni contesto, ma soprattutto qui. Costa troppo, procede con eccessiva lentezza e spesso quanto delibera ha scarso collegamento con la giustizia alla base del caso specifico. Il sistema legale può essere tollerabile per i più ricchi. Per quanto riguarda tutti gli altri, è una fonte di imbarazzo per una tradizione che si vanta delle proprie norme giuridiche.

Giudici e avvocati possono raccontare a se stessi che l’uso legittimo permette un adeguato spazio di manovra tra la regolamentazione della legge e l’accesso che questa dovrebbe consentire. Il fatto però che qualcuno possa crederlo è la misura di come il nostro sistema legale sia andato fuori controllo. Le norme che gli editori impongono agli scrittori, quelle che i distributori dettano ai cineasti, quelle che i giornali ingiungono ai giornalisti - queste sono le norme concrete che governano la creatività. E tali norme hanno poco a che fare con la “legge” con cui i giudici consolano se stessi.

Perché in un mondo che minaccia 150.000 dollari di multa per ogni violazione del diritto d’autore, che richiede di sborsare decine di migliaia di dollari soltanto per difendersi contro l’accusa di violazione e che non ha l’obbligo di rimborsare alla persona ingiustamente accusata le spese affrontate per tutelare il proprio diritto a esprimersi - in quel mondo, le regolamentazioni incredibilmente estese che passano sotto il nome di “copyright” mettono a tacere la libertà di espressione e la creatività. E in quel mondo ci vuole una cecità calcolata per continuare a credere che la gente viva in un cultura libera.

Come mi disse Jed Horovitz, l’imprenditore che sta dietro Video Pipeline,

      stiamo perdendo opportunità [creative] a destra e a manca. Le persone creative sono costrette a non esprimersi. Il pensiero non viene manifestato. E pur essendo [ancora] possibile creare molte cose nuove, esse non vengono distribuite. Anche se si realizza qualcosa ... i grandi media non vogliono distribuirlo, a meno che non sia accompagnato dalla nota di un avvocato che affermi: “I diritti su quest’opera sono tutti a posto”. Senza questo tipo di permesso, non si arriva neppure alla televisione pubblica. Possono controllarti fino a questo punto.

Vincolare gli innovatori

Il contenuto dell’ultima sezione tende un po’ a sinistra - creatività schiacciata, artisti impossibilitati a esprimersi, e così via. Forse la cosa non vi attira gran che. Forse credete che circolino abbastanza stramberie artistiche in giro, che esistano sufficienti manifestazioni di critica più o meno su tutto. E se la pensate così, forse credete che questa storia offra ben poco di cui dobbiate preoccuparvi.

Tuttavia c’è un aspetto di questa vicenda che non si può ritenere affatto di sinistra. Si tratta anzi di una questione che potrebbe essere trattata dal teorico più estremista del libero mercato. E se appartenete a questa categoria (ma siete veramente speciali, dato che avete letto ... un libro come questo), allora sarete in grado di notare questo aspetto, se sostituirete “cultura libera”, ogni volta che l’espressione compare, con “libero mercato”. La questione è identica, anche se gli interessi che influiscono sulla cultura sono più fondamentali.

La posizione che sostengo sulla regolamentazione della cultura è la stessa che i fautori del libero mercato difendono rispetto alla regolamentazione del mercato. Naturalmente tutti ammettono che quest’ultima sia necessaria in una certa misura - come minimo, occorrono regole sulla proprietà e sui contratti, e tribunali che le applichino. Analogamente, in questo dibattito sulla cultura tutti accettano che venga imposta almeno una struttura generale sul copyright. Ma entrambi i punti di vista insistono con calore che, per il solo fatto che una certa regolamentazione è necessaria, non vuol dire che si debbano imporre regolamentazioni sempre più estese. Ed entrambi gli schieramenti seguono con costante attenzione le modalità con cui queste regole non fanno altro che consentire alle potenti industrie di oggi di proteggere se stesse contro i rivali di domani.

Questo è l’effetto più significativo dei cambiamenti nella strategia di regolamentazione che ho illustrato nel capitolo 10. Come conseguenza di questa imponente minaccia di responsabilità legali legata agli oscuri confini della legge sul copyright, coloro che vogliono proporre innovazioni in questo ambito possono farlo con sicurezza soltanto se ottengono il nulla-osta delle industrie dominanti dell’ultima generazione. La lezione è stata impartita tramite una serie di casi progettati e condotti proprio per insegnarla agli investitori. La lezione - quel che l’ex-responsabile di Napster, Hank Barry, definisce una “cappa nucleare” che ha colpito Silicon Valley - è stata appresa.

Per ribadire questo punto, consideriamo un esempio, una vicenda di cui ho narrato l’inizio in The Future of Ideas e che si è evoluta in un modo che neppure io (eccezionale pessimista) avrei mai potuto prevedere.

Nel 1997, Michael Roberts fondò un’azienda chiamata MP3.com, impaziente di cambiare faccia all’industria musicale. Il suo obiettivo non era soltanto facilitare nuove modalità d’accesso ai materiali. Puntava anche a rendere più semplice la creazione di contenuti nuovi. Contrariamente alle maggiori etichette discografiche, MP3.com offriva agli autori un canale di distribuzione della loro creatività senza chiedere in cambio un impegno esclusivo.

Per far funzionare questo sistema, tuttavia, MP3.com aveva bisogno di una procedura affidabile per proporre la musica agli utenti. L’idea alla base di questa proposta alternativa era di far leva sulle preferenze espresse dagli ascoltatori per raccomandare loro nuovi artisti. Se seguite Lyle Lovett, è probabile che vi piaccia anche Bonnie Raitt. E così via.

Quest’idea aveva bisogno di un modo semplice per raccogliere i dati sulle preferenze degli utenti. MP3.com mise a punto, a questo scopo, un sistema particolarmente ingegnoso. Nel gennaio del 2000, l’azienda lanciò un servizio chiamato my.mp3.com. Grazie a un software fornito da MP3.com, l’utente avrebbe potuto aprire un account e poi inserire un CD nel suo computer. Il software lo avrebbe identificato per poi consentire l’accesso al relativo contenuto. Così, per esempio, se avevamo inserito un CD di Jill Sobule, ovunque ci trovassimo - a casa o al lavoro - avremmo potuto accedere a quella musica grazie al nostro account. Il sistema era, insomma, una specie di cassetto musicale chiuso a chiave.

Indubbiamente qualcuno avrebbe potuto usare quel sistema per copiare illegalmente del materiale. Ma quest’opportunità esisteva con o senza MP3.com. Lo scopo del servizio my.mp3.com era offrire agli utenti un accesso ai propri contenuti e, di conseguenza, scoprire il materiale che già possedevano, in modo da dedurre quali fossero i loro gusti.

Perché questo sistema funzionasse, tuttavia, MP3.com doveva copiare su un server 50.000 CD. (In linea di principio, sarebbe toccato all’utente caricare la musica, ma l’operazione avrebbe richiesto parecchio tempo e fornito un prodotto di dubbia qualità.) Così MP3.com comprò 50.000 CD e diede inizio alla procedura di copia. Come ho già detto, il servizio non avrebbe offerto il contenuto di quelle copie a nessun altro se non a coloro che dimostravano di essere già in possesso di una copia del CD a cui volevano accedere. Così, pur trattandosi di 50.000 copie, queste servivano a fornire ai clienti qualcosa che avevano già acquistato.

Nove giorni dopo il lancio del servizio, cinque delle maggiori etichette discografiche, capeggiate dalla RIAA, presentarono denuncia contro MP3.com. Questa trovò un accordo con quattro delle cinque etichette. Nove mesi più tardi, un giudice federale decretò la colpevolezza di MP3.com per violazione intenzionale dei diritti della quinta. Applicando la legge alla lettera, il giudice impose all’azienda una sanzione pari a 118 milioni di dollari. In seguito MP3.com si accordò con la querelante, Vivendi Universal, e sborsò oltre 54 milioni. Circa un anno dopo Vivendi Universal acquistò MP3.com

Fin qui la parte della vicenda che ho già narrato. Vediamone ora la conclusione. Dopo essere stata acquisita da Vivendi, MP3.com ha presentato querela per scorrettezza professionale contro gli avvocati che le avevano consigliato di basare la linea di difesa sulla buona fede, poiché il servizio che volevano offrire sarebbe stato considerato legale in base alla legge sul copyright. La querela sosteneva che, ovviamente, i tribunali avrebbero considerato illegale quel comportamento; l’azione intentata da MP3.com/Vivendi, quindi, intendeva punire qualsiasi avvocato si fosse azzardato a suggerire che la legge fosse meno restrittiva di quanto pretendevano le etichette discografiche.

L’evidente obiettivo di questa azione legale (che si chiuse con un accordo tra le parti per una cifra che non conosco, poco tempo dopo che la vicenda smise di apparire sulla stampa) era inviare un messaggio inequivocabile agli avvocati che consigliavano i propri clienti in quest’ambito: non saranno soltanto questi ultimi a soffrire se l’industria punta loro la pistola contro. Ci andrete di mezzo anche voi. Perciò se pensate che la legge debba essere meno restrittiva, dovete rendervi conto che una simile posizione costerà cara a voi e al vostro studio legale.

Questa strategia non si limitava solo agli avvocati. Nell’aprile del 2003, Universal e EMI sporsero denuncia contro Hummer Winblad, la società d’investimenti che aveva finanziato Napster in una certa fase del progetto, il suo co-fondatore (John Hummer) e il partner commerciale (Hank Barry) [4]. Anche qui, si sosteneva che la società investitrice avrebbe dovuto riconoscere il diritto dell’industria produttrice di contenuti a controllare le modalità del proprio sviluppo. Avrebbe dovuto essere ritenuta responsabile per aver finanziato un’azienda la cui attività commerciale si scoprì poi essere al di fuori della legge. Ancora una volta, lo scopo della denuncia è trasparente: qualsiasi società di venture capital si deve ora rendere conto che, se finanzia un’azienda la cui attività non è approvata dai dinosauri, rischia non soltanto sul mercato ma anche nelle aule di giustizia. L’investimento porta non solo un’azienda ma, a volte, anche un’azione legale. L’ambiente è divenuto talmente estremizzato che perfino i costruttori automobilistici hanno timore delle tecnologie che toccano i contenuti. In un articolo sulla rivista Business 2.0, Rafe Needleman descrive una discussione con la BMW:

      Chiesi perché, con tutta la capacità di memoria e la potenza del computer dell’autovettura, non era possibile leggere i file MP3. Mi venne risposto che gli ingegneri della BMW in Germania avevano allestito un nuovo veicolo in cui era possibile ascoltare gli MP3 tramite il sistema audio interno, ma l’ufficio marketing e l’ufficio legale dell’azienda non se la sentivano di includere quell’opzione nelle autovetture in vendita negli USA. Ancora oggi, negli Stati Uniti non viene venduta alcuna automobile dotata di lettore MP3 di serie ... [5]

Questo è il mondo della mafia - che offre scelte tipo “o la borsa o la vita”, governato non dai tribunali ma dalle minacce che la legge consente di esercitare ai titolari del copyright. È un sistema che ovviamente e necessariamente soffoca l’innovazione. È già abbastanza difficile avviare un’azienda. Lo diventa in modo impossibile, se tale azienda si trova sotto la costante minaccia di vertenze legali.

Non sostengo che gli imprenditori debbano avere il diritto di avviare attività illegali. Il punto è la definizione di “illegale”. La legge è un groviglio di incertezze. Non abbiamo alcun modo sicuro per sapere come si debba applicarla alle nuove tecnologie. Eppure, ribaltando la tradizione di rispetto per la giustizia e abbracciando le sanzioni assurdamente alte che impone la legge sul copyright, adesso tale incertezza conduce a una realtà che è molto più conservatrice di quanto sia giusta. Se la legge decretasse la pena di morte per una multa per divieto di sosta, non soltanto diminuirebbero le multe, ma si userebbe molto meno l’auto. Lo stesso principio va applicato all’innovazione. Se questa viene costantemente tenuta sotto controllo da una simile incertezza e da responsabilità legali senza limiti, la vitalità innovativa e la creatività finiranno per diminuire parecchio.

C’è un parallelismo fra questo punto e quello relativo al “fair use”. Qualunque sia la legge “reale”, l’effetto concreto di tale legge è lo stesso in entrambi i contesti. Questo sistema di regole selvaggiamente punitivo penalizzerà sistematicamente la creatività e l’innovazione. Proteggerà alcune industrie e alcuni autori, ma danneggerà l’industria e la creatività in generale. Il libero mercato e la cultura libera dipendono da una competizione vitale. L’effetto della legge attuale è invece proprio quello di soffocare questo tipo di competitività. È quello di produrre una cultura super-regolata, così come l’effetto di un eccessivo controllo sul mercato è quello di provocare un mercato esageratamente regolamentato.

La costruzione di una cultura del permesso, in opposizione a quella libera, è il primo modo significativo in cui i cambiamenti che ho illustrato peseranno sull’innovazione. Cultura del permesso significa cultura degli avvocati - dove la capacità creativa richiede l’assistenza di un legale. Ribadisco, non ho niente contro gli avvocati, almeno quando stanno nel posto giusto. Sicuramente non sono contrario alla legge. Ma la nostra professione ha perso il senso del limite. E i suoi leader hanno perso il senso dei costi elevati che tale professione impone agli altri. L’inefficienza della legge è motivo di disagio per la nostra tradizione. E, mentre ritengo che la nostra professione debba fare tutto il possibile per rendere più efficiente la legge, dovrebbe fare almeno quanto è in suo potere per limitarne il raggio di azione, quando questa non produce nulla di buono. I costi di transazione sepolti all’interno della cultura del permesso sono sufficienti a seppellire un’ampia gamma di creatività. Qualcuno dovrà faticare parecchio per giustificare un simile risultato.

L’incertezza della legge è uno dei fardelli che pesano sull’innovazione. Ce n’è un secondo che agisce in maniera più diretta. È il tentativo di molti, nell’industria produttrice di contenuti, di usare la legge per regolamentare direttamente la tecnologia di Internet in modo da proteggere meglio tali contenuti.

Il motivo è ovvio. Internet consente un’efficace diffusione di materiale. L’efficienza infatti è una caratteristica insita nel suo design. Ma dal punto di vista dell’industria tale caratteristica è un difetto. L’efficacia nella diffusione dei contenuti rende difficile il controllo ai relativi distributori. Un’ovvia risposta a questa efficienza sarebbe perciò rendere Internet meno efficace. Se la Rete rende possibile la “pirateria,” allora dovremmo spezzarle le gambe.

Esistono numerosi esempi di questa forma di legislazione. Sotto la pressione dell’industria dei contenuti, alcuni membri del Congresso hanno minacciato normative che imporrebbero ai computer di determinare se il materiale a cui hanno accesso sia tutelato o meno, e di disattivare la diffusione di contenuti coperti dal diritto d’autore [6]. Il Congresso ha già avviato le procedure per studiare un “marchio di trasmissione” obbligatorio, da impiantare in ogni apparecchio in grado di trasmettere video digitali (per esempio, il computer), che bloccherebbe la copia di qualsiasi contenuto contrassegnato con quel marchio. Altri membri del Congresso hanno proposto di non considerare responsabili i fornitori di contenuti per l’eventuale implementazione di tecnologie mirate a localizzare chi commette infrazioni al copyright e a disattivarne le macchine [7].

In un certo senso, queste soluzioni appaiono ragionevoli. Se il problema è il codice, perché non regolamentarlo per eliminare il problema? Ma qualsiasi regolamentazione dell’infrastruttura tecnica sarà sempre mirata a una specifica tecnologia corrente. Le imporrà pesi e costi significativi, ma probabilmente sarà eclissata dai successivi sviluppi progettati per aggirare esattamente i suoi controlli.

Nel marzo del 2002, un’ampia coalizione di aziende tecnologiche, capeggiata da Intel, tentò di mostrare al Congresso il danno che avrebbe causato una simile legislazione [8]. Ovviamente non sostenevano che non si dovesse tutelare il copyright. Piuttosto, sostenevano, qualunque protezione non dovrebbe causare danni maggiori dei problemi che risolve.

Questa guerra ha danneggiato l’innovazione anche in un altro modo evidente - ancora una volta, un argomento ben noto a chi sostiene il libero mercato.

Il copyright può essere una proprietà, ma come tutte le proprietà è anche una forma di regolamentazione. Di un genere che rappresenta un vantaggio per alcuni e un danno per altri. Quando è corretta, giova agli autori e nuoce alle sanguisughe. Quando non lo è, i potenti la usano per far fuori i rivali.

Come ho spiegato nel capitolo 10, nonostante questa caratteristica del copyright di rappresentare una regolamentazione e di essere soggetto alle importanti condizioni delineate da Jessica Litman nel libro Digital Copyright [9], complessivamente questa storia del diritto d’autore non è del tutto negativa. Come illustra in dettaglio il capitolo 10, con l’avvento delle nuove tecnologie, il Congresso ha raggiunto un equilibrio per assicurare che il nuovo fosse protetto dal vecchio. Le licenze regolate dalla legge hanno rappresentato una parte di questa strategia. Il libero uso (come nel caso del videoregistratore) un’altra.

Ma ora quel modello di rispetto nei confronti delle nuove tecnologie si è modificato con l’ascesa di Internet. Anziché raggiungere un equilibrio tra l’affermazione di una nuova tecnologia e i legittimi diritti degli autori di contenuti, sia i tribunali che il Congresso hanno imposto restrizioni legali che avranno l’effetto di soffocare il nuovo per avvantaggiare il vecchio.

La risposta dei tribunali è stata praticamente universale [10]. Ne sono il riflesso le azioni minacciate e messe in atto concretamente dal Congresso. Non ne farò qui l’elenco [11]. Ma c’è un esempio che ne coglie l’essenza. È la storia della fine della radio via Internet.

Come ho descritto nel capitolo 4, quando una stazione radio trasmette una canzone, il cantante non viene compensato per questa “esecuzione radiofonica”, a meno che non ne sia anche l’autore. Perciò, se per esempio Marilyn Monroe avesse registrato una versione di “Happy Birthday” - per ricordare la sua famosa interpretazione davanti al Presidente Kennedy al Madison Square Garden - ogni volta che questa registrazione venisse mandata in onda i detentori dei diritti del brano riceverebbero un compenso, ma non Marilyn Monroe.

Il ragionamento che sottende questo equilibrio raggiunto dal Congresso ha un senso. Si considerava la radio una sorta di pubblicità. L’artista che aveva registrato la canzone beneficiava dal fatto che venisse trasmessa, l’emittente contribuiva alla vendita dei suoi dischi. Per cui l’artista guadagnava a sua volta, anche se soltanto in maniera indiretta. Probabilmente questo ragionamento badava meno al risultato che al potere delle stazioni radio: i loro lobbisti furono piuttosto bravi a bloccare ogni tentativo del Congresso di imporre una ricompensa per gli artisti che registravano canzoni di altri autori.

Eccoci alla radio via Internet. Come le normali emittenti, si tratta di una tecnologia che diffonde i contenuti da chi trasmette a chi ascolta. La trasmissione viaggia su Internet, non attraverso l’etere. Così possiamo “sintonizzarci” su un’emittente Internet di Berlino standocene seduti a San Francisco, mentre non potremmo farlo su una comune emittente poco oltre l’area metropolitana di San Francisco.

Questa caratteristica dell’architettura della radio via Internet significa che potenzialmente esiste una quantità illimitata di emittenti che un utente può ricevere tramite il computer, mentre nell’attuale architettura della radio c’è un ovvio limite al numero di emittenti e di segnali puliti. Di conseguenza la radio via Internet potrebbe essere più competitiva di quella normale; potrebbe fornire una gamma di scelte più ampia. E poiché il pubblico potenziale è il mondo intero, le emittenti di nicchia potrebbero facilmente sviluppare e commercializzare i contenuti per un numero relativamente elevato di ascoltatori a livello mondiale. Secondo alcune stime, oltre ottanta milioni di utenti nel mondo hanno seguito questo nuovo tipo di radio.

La radio via Internet è dunque il corrispettivo di quella FM nei confronti della radio AM. Si tratta di un miglioramento potenzialmente assai più significativo di quello della radio FM rispetto a quella AM, poiché non soltanto la tecnologia è migliore, ma lo è anche la competitività. Esiste anzi un parallelo diretto fra la battaglia per implementare la radio FM e quella per tutelare la radio via Internet. Cito la descrizione, fatta da uno scrittore, della lotta di Howard Armstrong per dar vita alla radio FM:

    Nelle onde corte era possibile avere un numero pressoché illimitato di stazioni FM, ponendo così fine alle restrizioni innaturali imposte alla radio nelle affollate onde lunghe. Se la radio FM si fosse sviluppata liberamente, il numero di emittenti sarebbe stato contenuto soltanto dalla concorrenza e da questioni economiche anziché da limitazioni tecniche ... Armstrong paragonava la situazione venutasi a creare nella radiofonia a quella che seguì l’invenzione della macchina per la stampa, quando i governi e gli interessi al potere cercarono di controllare questo nuovo strumento per la comunicazione di massa imponendo licenze restrittive. Questa tirannia fu spezzata soltanto quando divenne possibile per la gente acquistare e usare liberamente queste macchine. In questo senso la radio FM fu un’invenzione importante tanto quanto i torchi di stampa, perché offriva alla radio l’opportunità di spezzare le proprie catene. [12]

Questo potenziale offerto dalla radio FM non si concretizzò mai - non perché Armstrong si fosse sbagliato su questa tecnologia, ma perché aveva sottovalutato il potere di “interessi, abitudini, usi e normative ormai acquisiti” [13] nel ritardare la crescita di questa tecnologia competitiva.

Oggi un’identica condizione può valere anche per la radio via Internet. Perché, anche in questo caso, non esistono limiti tecnici in grado di frenare il numero delle emittenti su Internet. Le uniche restrizioni sono quelle imposte dalle leggi. Una di queste è il copyright. Perciò la prima domanda che dovremmo porci è: quali norme sul copyright dovrebbero governare la radio via Internet?

Ma qui il potere dei lobbisti rovescia la situazione. La radio via Internet è un’industria nuova. Gli artisti che registrano musica di altri compositori, d’altra parte, hanno una lobby assai potente, la RIAA. Così quando il Congresso considerò il fenomeno della radiofonia su Internet nel 1995, i lobbisti avevano imbeccato i parlamentari perché adottassero una normativa differente da quella applicata alla radio terrestre. Mentre quest’ultima non deve pagare la nostra ipotetica Marilyn Monroe quando manda in onda l’ipotetica registrazione di “Happy Birthday”, la radio via Internet deve farlo. La legge non è imparziale - impone maggiori costi alla radio via Internet di quanto non faccia con quella terrestre.

Questo peso finanziario non è cosa da poco. Secondo le stime di William Fisher, professore di legge a Harvard, se un’emittente su Internet distribuisse musica di successo senza inserzioni pubblicitarie a (mediamente) diecimila ascoltatori, per ventiquattro ore al giorno, i diritti che dovrebbe pagare agli artisti, complessivamente ammonterebbero a oltre un milione di dollari l’anno [14]. Una normale stazione radio che trasmettesse il medesimo materiale non sarebbe soggetta a tariffe equivalenti.

Il peso non è soltanto finanziario. In base alle regole originariamente proposte, un’emittente radio su Internet (ma non una terrestre) dovrebbe raccogliere i seguenti dati relativi a ciascuna transazione d’ascolto:

1. nome del servizio;
2. canale del programma (le stazioni AM/FM usano il rispettivo nome);  
3. tipo di programma (archiviato/circuito chiuso/dal vivo);
  
4. data di trasmissione;
  
5. orario di trasmissione;
  
6. fuso orario del luogo d’origine della trasmissione;
  
7. designazione numerica del luogo dove viene registrato il sonoro all’interno del programma;
  
8. durata della trasmissione (arrotondata al secondo);
  
9. titolo della registrazione sonora;
 
10. codice numerico di registrazione (ISRC, International Standard Recording Code);
 
11. anno di pubblicazione dell’album riportato sull’avviso di copyright e, nel caso di raccolte, anno di
pubblicazione dell’album e data del copyright del pezzo;
 
12. artisti presenti nella registrazione;
 
13. titolo dell’album in commercio;
 
14. etichetta discografica;
 
15. numero di codice dell’album in commercio (UPC, Universal Product Code)
 
16. numero di catalogo;
 
17. informazioni sul titolare del copyright;
 
18. genere musicale del canale o del programma (formato dell’emittente);
 
19. nome del servizio o dell’entità;
 
20. canale o programma;
 
21. data e orario in cui l’utente si è collegato (nel fuso orario dell’utente);
 
22. data e orario in cui l’utente si è scollegato (nel fuso orario dell’utente);
 
23. fuso orario dove è stato ricevuto il segnale (utente);
 
24. identificativo univoco dell’utente;
 
25. paese in cui l’utente ha ricevuto le trasmissioni.

Successivamente il responsabile della Biblioteca del Congresso sospese la comunicazione di questi requisiti, in attesa di ulteriori indagini. E modificò anche le tariffe iniziali stabilite dall’apposito gruppo d’arbitrato. Ma rimane la differenza fondamentale tra la radio via Internet e quella terrestre: la prima deve pagare un tipo di tariffa sul copyright che non si applica alla seconda.

Perché? Che cosa giustifica questa differenza? Esisteva qualche studio sulle conseguenze economiche della radio via Internet che potesse giustificare simili diversità? Il motivo era forse quello di tutelare gli artisti contro la pirateria?

In un raro momento di franchezza, un esperto della RIAA ammise quel che allora parve ovvio a tutti. Come mi riferì Alex Alben, vicepresidente responsabile delle politiche pubbliche di Real Networks,

    la RIAA, che rappresentava le etichette discografiche, presentò alcune testimonianze su quanto si riteneva che un possibile acquirente avrebbe pagato a un potenziale rivenditore, e la cifra era molto alta. Era dieci volte superiore a quanto paga un’emittente radiofonica per trasmettere le stesse canzoni nello stesso lasso di tempo. E così gli avvocati che rappresentavano le emittenti Web chiesero alla RIAA: “Come fate ad arrivare a una tariffa talmente superiore? Come mai la radio via Internet vale più della radio normale? Perché qui abbiamo centinaia di migliaia di radio che vogliono trasmettere sul Web e sono pronte a pagare, ed è questo che dovrebbe stabilire la tariffa sul mercato, e se voi fissate una cifra così elevata, farete fallire le emittenti più piccole...”
    E gli esperti della RIAA risposero: “Beh, un modello industriale con migliaia di emittenti Web non è esattamente quello che ci immaginiamo; pensiamo a un’industria con cinque o al massimo sette grandi società in grado di pagare tariffe elevate, e così avremo un mercato stabile, prevedibile”. (Corsivo aggiunto.)

Traduzione: l’obiettivo è usare la legge per eliminare la competizione, in modo che questa piattaforma con potenzialità di competizione immense, che potrebbe causare un’esplosione per la diversità e l’ampiezza di materiale disponibile, non faccia del male ai dinosauri del vecchio sistema. Non dovrebbe esserci nessuno, di destra o di sinistra, che sostenga un simile utilizzo della legge. E tuttavia non esiste praticamente nessuno, di destra o di sinistra, che stia facendo qualcosa di concreto per impedirlo.

Corrompere i cittadini

L’eccesso di regolamentazione soffoca la creatività. Danneggia l’innovazione. Offre ai dinosauri un’opzione di veto sul futuro. Spreca un’eccezionale opportunità di creatività democratica resa possibile dalla tecnologia digitale.

Oltre a questi danni sostanziali, ce n’è ancora uno che era importante per i padri fondatori, ma che oggi sembra dimenticato. Un’eccessiva regolamentazione corrompe i cittadini e indebolisce l’autorità legislativa.

La guerra dichiarata oggi è una guerra di proibizione. Come succede in questi casi, essa vuole colpire il comportamento di un numero assai alto di cittadini. Secondo il New York Times nel maggio del 2002, 43 milioni di americani avevano scaricato musica [15]. Secondo la RIAA, il comportamento di questi 43 milioni di americani è un reato grave. Così abbiamo una serie di norme che trasformano in criminali il 20 per cento degli americani. Mentre la RIAA sporge denunce non soltanto contro i Napster e i Kazaa del mondo, ma contro studenti che sviluppano motori di ricerca e, sempre più spesso, contro semplici utenti che scaricano materiale, le tecnologie di condivisione diventeranno sempre più sofisticate, per tutelare e nascondere l’uso illegale. È una corsa alle armi o una guerra civile, in cui gli estremisti di una fazione invitano l’altra a una reazione ancora più estrema.

Le tattiche dell’industria produttrice di contenuti approfittano delle pecche del sistema giuridico americano. Quando la RIAA querelò Jesse Jordan, sapeva di aver trovato in lui un capro espiatorio, non un imputato. La minaccia di dover pagare tutto il denaro del mondo per risarcire i danni (15.000.000 di dollari) oppure quasi tutto il denaro del mondo per difendersi (250.000 dollari di spese legali) convinse Jordan a scegliere di pagare tutto il denaro che aveva al mondo (12.000 dollari), per fare archiviare la denuncia. Identica strategia anima le citazioni della RIAA contro singoli utenti. Nel settembre del 2003, la RIAA querelò 261 persone - compresa una dodicenne che viveva in una casa popolare e un settantenne che non aveva la minima idea di che cosa fosse il file sharing [16]. Come questi capri espiatori hanno dimostrato, costerà sempre più caro difendersi contro queste denunce piuttosto che trovare semplicemente un accordo. (La dodicenne, per esempio, come fece Jesse Jordan, pagò i 2.000 dollari che aveva in banca per chiudere il caso.) La nostra legislazione è un sistema terribile per quanto riguarda la difesa dei diritti. È una vergogna per la nostra tradizione. E le conseguenze sono che i potenti possono usarla per schiacciare qualsiasi diritto si opponga loro.

Le guerre proibizioniste non sono affatto nuove in America. Questa non è altro che la più estrema di tutte le altre viste in passato. Abbiamo iniziato con il proibizionismo contro l’alcol, in un’epoca in cui se ne consumavano quasi sei litri all’anno pro capite. Inizialmente questa guerra ridusse il consumo di alcolici ad appena il 30 per cento di quello antecedente il proibizionismo, ma alla fine si era risaliti al 70 per cento. Gli americani consumavano alcol quasi quanto prima, con la differenza che molti di loro erano diventati dei criminali [17]. Abbiamo dichiarato guerra alle droghe con l’obiettivo di ridurre il consumo dei narcotici legalizzati, oggi usati dal 7 per cento degli americani (16 milioni) [18]. Si tratta di una diminuzione, rispetto al 14 per cento della popolazione registrato nel 1979. Regolamentiamo l’uso dell’automobile a tal punto che la maggioranza degli americani viola quotidianamente la legge. Abbiamo un sistema fiscale talmente complesso che gran parte delle aziende lo truffano regolarmente [19]. Ci vantiamo della nostra “società libera”, ma un’enorme gamma di comportamenti comuni sono regolamentati al suo interno. E, come risultato, una quantità enorme di americani viola almeno qualche legge.

Questa situazione non è priva di conseguenze. È un problema particolarmente rilevante per chi, come me, fa l’insegnante, e ha il compito di insegnare agli studenti di giurisprudenza l’importanza dei “valori etici”. Come disse in una lezione il mio collega di Stanford, Charlie Nesson, ogni anno le facoltà di giurisprudenza accettano migliaia di studenti che hanno scaricato musica, consumato alcol e talvolta droghe, lavorato senza pagare le tasse, guidato macchine, il tutto illegalmente. Si tratta di ragazzi per i quali il comportamento illegale è sempre più spesso la norma. E poi noi, i loro professori di legge, dovremmo insegnare loro il rispetto dell’etica professionale - dire di no alle bustarelle, tenere separati i fondi bancari dei clienti, oppure onorare la richiesta di presentare un documento che comporterà la chiusura del caso. Generazioni di americani - in modo più significativo in alcune aree rispetto ad altre, ma comunque in ogni parte dell’America di oggi - non possono vivere in un modo che sia normale e legale insieme, perché “normale” implica un certo grado di illegalità.

La risposta a questa illegalità diffusa è applicare la legge più severamente oppure modificarla. In quanto società, abbiamo imparato come operare questa scelta in un modo più razionale. Per decidere la sensatezza o meno di una legge si considera, almeno in parte, se i costi, previsti e collaterali, superano i benefici. Se è così, allora la norma va modificata. Oppure, se i costi del sistema vigente sono parecchio superiori a quelli di un eventuale sistema alternativo, allora abbiamo una buona ragione per prendere in considerazione quest’ultimo.

La mia argomentazione non è semplicistica: solo perché la gente viola una legge, allora dovremmo cancellarla. Ovviamente, potremmo ridurre notevolmente le statistiche degli omicidi legalizzandoli ogni mercoledì e venerdì. Ma ciò non avrebbe alcun senso, perché l’omicidio è un crimine tutti i giorni della settimana. La società fa bene a vietare l’assassinio sempre e ovunque.

La mia idea è piuttosto qualcosa che le democrazie hanno compreso per generazioni, ma che recentemente hanno imparato a dimenticare. L’autorità delle leggi dipende dal fatto che la gente le rispetti. Se, come cittadini, ci troviamo a violare la legge sempre più spesso, e sempre più ripetutamente, finiamo per rispettarla meno. Naturalmente, nella maggioranza dei casi, ciò che conta è la legge, non il fatto che la si rispetti. Non mi interessa se lo stupratore rispetta o meno la legge; voglio catturarlo e sbatterlo in prigione. Però mi preme che i miei studenti la rispettino. E mi importa se le norme seminano una crescente mancanza di rispetto, a causa dell’estrema regolamentazione che impongono. Venti milioni di americani sono diventati maggiorenni da quando Internet ha introdotto questa idea diversa di “condivisione”. Abbiamo bisogno di poter chiamare questi venti milioni di americani “cittadini”, non “criminali”.

Quando almeno quarantatré milioni di cittadini scaricano materiali da Internet, e quando usano strumenti che manipolano quei materiali in modo non autorizzato dai titolari del copyright, la prima domanda che ci dovremmo porre non è come coinvolgere l’FBI nel modo più efficace. Dovrebbe essere piuttosto se questa specifica proibizione sia davvero necessaria per raggiungere i fini a cui mira la legge sul copyright. Esiste un altro modo per assicurare il debito compenso agli artisti senza trasformare in criminali quarantatré milioni di americani? Non sarebbe sensato trovare modalità diverse per garantire che gli autori vengano pagati, senza trasformare l’America in un paese di criminali?

Questo discorso astratto può essere chiarito da un esempio concreto. Tutti noi possediamo dei CD. Molti possiedono ancora dischi in vinile. Questi pezzi di plastica codificano la musica che in un certo senso abbiamo acquistato. La legge tutela il nostro diritto a comprare e rivendere quella plastica: non commettiamo alcuna infrazione al copyright se rivendiamo tutti i nostri dischi di musica classica a un negozio di dischi usati e in sostituzione ne acquistiamo altri di jazz. Un simile “uso” della registrazione è libero.

Ma, come ha dimostrato l’esplosione dell’MP3, c’è un altro uso dei dischi che in effetti è libero. Poiché queste registrazioni sono state eseguite senza le tecnologie di protezione dalla copia, siamo “liberi” di copiare la musica di quei dischi di vinile nel disco rigido del computer. Anzi, la Apple Corporation si è spinta fino a suggerire che quella “libertà” era un diritto: in una serie di inserzioni pubblicitarie (“Rip, Mix, Burn”, digitalizza, mescola, brucia), la Apple ha dato sostegno alle potenzialità delle tecnologie digitali.

Questo “uso” dei nostri dischi torna certamente utile. A casa ho iniziato l’impegnativo procedimento di copiare tutti i CD miei e di mia moglie, per organizzarli in un archivio. Poi, usando iTunes della Apple, o un meraviglioso programma chiamato Andromeda, possiamo mettere insieme varie raccolte della nostra musica: Bach, barocco, canzoni d’amore - il potenziale è infinito. E, riducendo i costi del missaggio dei pezzi, queste tecnologie aiutano a costruire raccolte creative, che costituiscono qualcosa di valido e indipendente. Le raccolte di canzoni sono creative e significative in quanto tali.

Questo utilizzo è possibile grazie ai supporti non protetti - CD o dischi. Ma tali supporti consentono anche il file sharing. Il quale minaccia (o almeno così ritiene l’industria produttrice di contenuti) la possibilità degli autori di ricavare i giusti proventi della propria creatività. E così molti hanno iniziato a sperimentare tecnologie atte a eliminare i supporti non protetti. Queste tecnologie, per esempio, potrebbero produrre CD che non possono essere copiati. Oppure attivare programmi spia per identificare i contenuti copiati sui computer della gente.

Se tali tecnologie dovessero decollare, allora diverrà piuttosto difficile realizzare grandi archivi della propria musica. Frequentando qualche giro di hacker sarà possibile acquisire tecnologie per disattivare la protezione dei contenuti. Lo scambio di tali tecnologie è illegale, ma forse non ce ne importa granché. Comunque, per moltissime persone, simili tecnologie di protezione distruggerebbero praticamente la possibilità di archiviare i CD. La tecnologia, in altri termini, ci riporterebbe tutti al passato, nel mondo in cui ascoltavamo la musica manipolando pezzi di plastica oppure facevamo parte di un sistema estremamente complicato di “gestione dei diritti digitali”.

Se l’unico modo per assicurare agli artisti il giusto compenso fosse l’eliminazione della possibilità di spostare i contenuti liberamente, allora queste tecnologie che interferiscono con tale libertà sarebbero giustificate. Ma che cosa accadrebbe, se esistesse un’altra possibilità per assicurare che gli artisti vengano pagati, senza mettere sotto chiave i contenuti? Se, in altre parole, un diverso sistema potesse assicurare la remunerazione agli artisti preservando nello stesso tempo la libertà di spostare facilmente i contenuti?

Il mio scopo, per adesso, non è provare l’esistenza di tale sistema. Ne offro una versione nel capitolo conclusivo del libro. Per ora, l’unica questione, relativamente controversa, è questa: se un sistema differente raggiunge i medesimi obiettivi legittimi offerti dall’attuale sistema del copyright, lasciando però molto più liberi consumatori e autori, allora avremo un ottimo motivo per aspirare a questa alternativa - vale a dire, la libertà. La scelta, in altri termini, non sarebbe tra proprietà e pirateria; si potrebbe scegliere tra i diversi sistemi di proprietà e la libertà che ciascuno di questi concederebbe.

Credo che esista un modo per compensare gli artisti senza criminalizzare quarantatré milioni di americani. Ma la caratteristica essenziale di questa alternativa è che darebbe vita a un mercato assai diverso per la produzione e la distribuzione della creatività. I pochi che dominano, che oggi controllano la grande maggioranza della distribuzione dei contenuti nel mondo, non eserciterebbero più questo controllo così estremo. Al contrario, il loro controllo si restringerebbe, come se salissero su un calesse a cavalli.

A parte il fatto che i costruttori di calessi di questa generazione hanno già messo la sella al Congresso, e stanno cavalcando la legge per tutelare se stessi contro questa nuova forma di competizione. Per loro la scelta è criminalizzare quarantatré milioni di americani o sopravvivere.

Si capisce il perché della loro scelta. Non si capisce invece perché noi, come democrazia, continuiamo a fare scelte del genere. Jack Valenti è affascinante; ma non fino al punto da giustificare l’abbandono di una tradizione così profonda e importante come quella della cultura libera.

C’è un ulteriore aspetto di questa corruzione che è particolarmente importante per le libertà civili, e che discende direttamente da ogni guerra proibizionista. Come spiega Fred von Lohmann, avvocato della Electronic Frontier Foundation, questo è il “danno collaterale” che “si verifica ogni volta che viene criminalizzata una percentuale così ampia di popolazione”. È il danno collaterale che colpisce le libertà civili in generale.

“Se possiamo trattare chiunque come un potenziale trasgressore della legge”, dice von Lohmann,

    allora improvvisamente molte delle protezioni fondamentali garantite delle libertà civili, entro certi limiti, si dileguano ... Se si viola il copyright, come si può sperare di avere diritto alla riservatezza? Se si viola il copyright, come si può sperare di essere al sicuro dal sequestro del computer? Come si può sperare di continuare a poter accedere a Internet? ... La nostra sensibilità cambia non appena iniziamo a pensare: “Oh, beh, ma quello è un criminale, uno che infrange la legge”. Già, la conseguenza di questa campagna contro il file sharing è stata quella di trasformare una notevole percentuale degli utenti americani di Internet in persone che “infrangono la legge”.

E la conseguenza di questa trasformazione dei cittadini americani in criminali è che si considera questo fatto insignificante, come se eliminare gran parte di quella riservatezza che molti ritenevano scontata fosse un procedimento conveniente.

Gli utenti di Internet iniziarono a notarlo in generale nel 2003, quando la RIAA lanciò la campagna per costringere i provider di servizi Internet a rivelare i nomi degli utenti che, secondo lei, stavano violando la legge sul copyright. Verizon si oppose a quella richiesta e perse la causa. Con una semplice richiesta al giudice, e senz’alcun avviso al diretto interessato, l’identità di un utente di Internet viene rivelata.

Successivamente la RIAA estese la campagna, annunciando la strategia generale di denunciare gli utenti sospettati di aver scaricato musica protetta da copyright dai sistemi di file sharing. Ma, come abbiamo visto, i danni potenziali di queste denunce sono astronomici: se si usa il computer di casa per scaricare l’equivalente di un solo CD musicale, l’intera famiglia potrebbe essere citata per danni pari a 2 milioni di dollari. Ciò non impedì alla RIAA di denunciare un certo numero di famiglie, così come aveva fatto con Jesse Jordan [20].

Ma questo è niente rispetto all’attività di spionaggio condotta dalla RIAA. Un rapporto della CNN dell’estate del 2003 descriveva la strategia adottata dalla RIAA per scoprire gli utenti di Napster [21]. Usando un sofisticato algoritmo, la RIAA rilevò quel che in effetti è l’impronta digitale di ogni canzone presente nel catalogo di Napster. Ogni copia di uno di quei file MP3 avrà la medesima “impronta digitale”.

Consideriamo allora il seguente scenario tutt’altro che irreale: immaginiamo che un amico regali un CD a nostra figlia - una raccolta di canzoni proprio come le cassette che eravate soliti fare da ragazzi. Non sappiamo, né lo sa nostra figlia, da dove provengano queste canzoni. Ma lei decide di copiarle sul computer. Poi porta con sé il computer al college e lo collega alla rete interna, e se questa “coopera” con lo spionaggio della RIAA, e lei non ha protetto adeguatamente i contenuti del computer dalla rete (voi sapreste come fare?), allora la RIAA potrà identificare vostra figlia. E, in base alle regole che le università stanno iniziando ad applicare [22], vostra figlia potrebbe perdere il diritto a usare la rete informatica dell’università. In qualche caso, potrebbe essere espulsa.

Naturalmente lei avrà il diritto di difendersi. Potete assumere un avvocato (a 300 dollari l’ora, se siete fortunati) e lei potrà spiegare che non sapeva nulla sulla provenienza delle canzoni o che venivano da Napster. E potrà anche darsi che l’università le creda. Ma potrebbe anche non crederle. Potrebbe considerare questo “contrabbando” come presunzione di colpevolezza. E, come parecchi studenti di college hanno già avuto modo di scoprire, la nostra presunzione di innocenza scompare nella furia di una guerra proibizionista. Questa guerra non è affatto diversa.

Sostiene von Lohmann:

   Perciò quando parliamo di cifre tipo quaranta-sessanta milioni di americani che sostanzialmente hanno violato il copyright, si crea una situazione in cui le libertà civili sono in grave pericolo in senso generale. [Non] credo [esista] una situazione analoga in cui sia possibile scegliere a caso una persona qualsiasi, che cammina per la strada, e ritenere che stia commettendo un atto contro la legge, che possa incastrarlo con l’accusa di un potenziale reato penale, oppure con una multa di centinaia di milioni di dollari per responsabilità civili. Sicuramente tutti noi guidiamo oltre i limiti di velocità, ma questo non è il tipo di azione per la quale di solito perdiamo le libertà civili. Alcuni fanno uso di droghe, e credo che questa sia la situazione più vicina, [ma] molti hanno fatto notare che la guerra contro le droghe ha eroso tutte le libertà civili, perché ha trattato come criminali un così alto numero di americani. Beh, credo sia corretto dire che il file sharing interessi un numero di americani molto maggiore di quello che fa uso di droghe ... Se da quaranta a sessanta milioni di americani stanno violando la legge, allora stiamo davvero scivolando lungo una china che porta alla perdita di gran parte delle libertà civili per tutti quei milioni di persone.

Quando milioni di americani vengono considerati “criminali” a norma di legge, e quando la legge potrebbe raggiungere lo stesso obiettivo - assicurare i diritti agli autori - senza bisogno di considerare “criminali” milioni di persone, chi è il cattivo della situazione? Gli americani o la legge? Che cos’è americano, la guerra continua contro i nostri stessi concittadini oppure uno sforzo organizzato della nostra democrazia per modificare la legge?

Note al Cap. 12

1. Si veda Lynne W. Jeter, Disconnected: Deceit and Betrayal at WorldCom, Hoboken, N.J., John Wiley & Sons, 2003, pp. 176, 204; per ulteriori dettagli sull’accordo, si veda il comunicato stampa della MCI, “MCI Wins U.S. District Court Approval for SEC Settlement”, 7 luglio 2003, disponibile al link n. 37.2. La proposta, modellata sulla riforma californiana sulle responsabilità civili, fu approvata alla Camera ma sconfitta al Senato nel luglio del 2003. Per una panoramica, si veda Tanya Albert, “Measure Stalls in Senate: ‘We’ll Be Back,’ Say Tort Reformers”, amednews.com, 28 luglio 2003, disponibile al link n. 38, e “Senate Turns Back Malpractice Caps”, CBSNews.com, 9 luglio 2003, disponibile al link n. 39. Negli ultimi mesi il Presidente Bush ha continuato a spingere per la riforma sulle responsabilità civili.3. Si veda Danit Lidor, “Artists Just Wanna BE free”, Wired, 7 luglio 2003, disponibile al link n. 40. Per una panoramica sulla mostra, si veda il link n. 41.4. Si veda Joseph Menn, “Universal, EMI Sue Napster Investor”, Los Angeles Times, 23 aprile 2003. Per una discussione parallela relativa agli effetti sull’innovazione nella distribuzione della musica, si veda Janelle Brown, “The Music Revolution Will Not Be Digitized”, Salon.com, 1 giugno 2001, disponibile al link n. 42. Si veda anche Jon Healey, “Online Music Services Besieged”, Los Angeles Times, 28 maggio 2001.5. Rafe Needleman, “Driving in Cars with MP3s”, Business 2.0, 16 giugno 2003, disponibile al link n. 43. Sono grato al Dr. Mohammad Al-Ubaydli per questo esempio.6. “Copyright e Digital Media in a Post-Napster World”, GartnerG2 e the Berkman Center for Internet and Society at Harvard Law School (2003), pp. 33-35, disponibile al link n. 44.7. Ivi, pp. 26-27.8. Si veda David McGuire, “Tech Execs Square Off Over Piracy”, Newsbytes, 28 febbraio 2002 (Entertainment).9. Jessica Litman, Digital Copyright, Amherst, N.Y., Prometheus Books, 2001.10. L’unica eccezione si trova in Recording Industry Association of America (RIAA) v. Diamond Multimedia Systems, 180 F. 3d 1072 (9. Cir. 1999). Qui la corte d’appello della Nona Circoscrizione ritenne che i produttori di un lettore MP3 portatile non dovessero essere ritenuti responsabili di favorire le violazioni del copyright, poiché l’apparecchio portatile non è in grado di registrare o ridistribuire la musica (ma è un dispositivo la cui unica funzione di copia è quella di rendere portatile un file musicale già presente sul disco rigido dell’utente). Al livello di tribunali distrettuali, l’unica eccezione è reperibile in Metro-Goldwyn-Mayer Studios, Inc. v. Grokster, Ltd., 259 F. Supp. 2d 1029 (C.D. Cal., 2003), dove i giudici ritennero troppo debole la connessione tra il distributore e la condotta di un utente qualsiasi, per considerare tale distributore corresponsabile della violazione in qualità di coadiuvante o delegato.11. Per esempio nel luglio del 2002, il deputato Howard Berman presentò il Peer-to-Peer Piracy Prevention Act (H.R. 5211), che avrebbe esentato i titolari di copyright dalla responsabilità per eventuali danni provocati al computer nel caso avessero usato tecnologie in grado di bloccare le violazioni. Nell’agosto del 2002, il deputato Billy Tauzin presentò una proposta di legge che imponeva che le tecnologie in grado di ritrasmettere copie digitali di film presentati in TV (per esempio, i computer) dovessero rispettare un’apposita opzione che avrebbe disattivato la copia di tali film. E nel marzo dello stesso anno, il Senatore Fritz Hollings introdusse il Consumer Broadband and Digital Television Promotion Act, che imponeva tecnologie per la tutela del copyright in tutti i dispositivi digitali di comunicazione. Si veda GartnerG2, “Copyright e Digital Media in a Post-Napster World”, 27 giugno 2003, pp. 33-34, disponibile al link n. 44.12. Lessing, op. cit., p. 239.13. Ivi, p. 229.14. Questo esempio proviene dalle tariffe stabilite dal Copyright Arbitration Royalty Panel (CARP), ed è tratto da un esempio offerto dal professor William Fisher. Conference Proceedings, iLaw (Stanford), 3 luglio 2003, archiviato dall’autore. I professori Fisher e Zittrain presentarono una testimonianza per le sedute del CARP, che alla fine venne respinta. Si veda Jonathan Zittrain, “Digital Performance Right in Sound Recordings and Ephemeral Recordings”, N. 2000-9, CARP DTRA 1 e 2, disponibile al link n. 45. Per un’ottima analisi che arriva a una conclusione analoga, si veda Randal C. Picker, “Copyright as Entry Policy: The Case of Digital Distribution”, Antitrust Bulletin (estate/autunno 2002), p. 461: “Non c’era da confondersi, queste erano proprio barriere vecchio stile contro altri ingressi nel mercato. Le stazioni radio analogiche vengono protette contro la concorrenza digitale, riducendo l’entrata di altri soggetti nella radiofonia. Sì, tutto questo avviene in nome del pagamento delle royalty ai titolari del copyright, ma, se non ci fossero stati potenti interessi, si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato rimanendo neutrali rispetto ai vari media”.15. Mike Graziano e Lee Rainie, “The Music Downloading Deluge”, Pew Internet and American Life Project (24 aprile 2001), disponibile al link n.6. Secondo dati del Pew Internet and American Life Project, all’inizio del 2001, 37 milioni di americani avevano scaricato file musicali da Internet.16. Alex Pham, “The Labels Strike Back: N. Y. Girl Settles RIAA Case”, Los Angeles Times, 10 settembre 2003, Business.17. Jeffrey A. Miron e Jeffrey Zwiebel, “Alcohol Consumption During Prohibition”, American Economic Review 81, n. 2 (1991): p. 242.18. National Drug Control Policy: udienza davanti alla Commissione per la riforma governativa della camera, 108. Cong., 1. sess. (5 marzo 2003) (dichiarazione di John P. Walters, direttore della National Drug Control Policy).19. Si veda James Andreoni, Brian Erard e Jonathon Feinstein, “Tax Compliance”, Journal of Economic Literature 36 (1998): p. 818 (sondaggio sui relativi documenti).20. Si veda Frank Ahrens, “RIAA’s Lawsuits Meet Surprised Target; Single Mother in Calif., 12-Year-Old Girl in N. Y. Among Defendants”, Washington Post, 10 settembre 2003, E1; Chris Cobbs, “Worried Parents Pull Plug on File ‘Stealing’; With the Music Industry Cracking Down on File Swapping, Parents are Yanking Software from Home PCs to Avoid Being Sued”, Orlando Sentinel Tribune, 30 agosto 2003, C1; Jefferson Graham, “Recording Industry Sues Parents”, USA Today, 15 settembre 2003, 4D; John Schwartz, “She says She’s No Music Pirate. No Snoop Fan, Either”, New York Times, 25 settembre 2003, C1; Margo Varadi, “Is Brianna a Criminal?” Toronto Star, 18 settembre 2003, P7.21. Si veda “Revealed: How RIAA Tracks Downloaders: Music Industry Discloses Some Methods Used”, CNN.com, disponibile al link n. 47.

22. Si veda Jeff Adler, “Cambridge: On Campus, Pirates Are Not Penitent”, Boston Globe, 18 maggio 2003, City Weekly, 1; Frank Ahrens, “Four Students Sued over Music Sites; Industry Group Targets File Sharing at Colleges”, Washington Post, 4 aprile 2003, E1; Elizabeth Armstrong, “Students ‘Rip, Mix, Burn’ at Their Own Risk”, Christian Science Monitor, 2 settembre 2003, p. 20; Robert Becker e Angela Rozas, “Music Pirate Hunt Turns to Loyola; Two Students Names Are Handed Over; Lawsuit Possible”, Chicago Tribune, 16 luglio 2003, 1C; Beth Cox, “RIAA Trains Antipiracy Guns on Universities”, Internet News, 30 gennaio 2003, disponibile al link n. 48; Benny Evangelista, “Download Warning 101: Freshman Orientation This Fall to Include Record Industry Warnings Against File Sharing”, San Francisco Chronicle, 11 agosto 2003, E11; “Raids, Letters Are Weapons at Universities”, USA Today, 26 settembre 2000, 3D.

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