Cultura Libera
di Lawrence Lessig

Cultura Libera --> parte III: Enigmi --> cap. 11: Chimera

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Cap. 11 - Chimera

In un noto racconto breve di H. G. Wells, uno scalatore di nome Nunez scivola (lungo un canalone ghiacciato) in una valle sconosciuta e isolata delle Ande peruviane [1]. La valle è incredibilmente bella, con “acque chiare, pascoli, un clima temperato, pendii di fertile terreno bruno con intricate macchie di arbusti che producono ottimi frutti”. Ma gli abitanti del villaggio sono tutti ciechi. Nunez considera questo fatto un’opportunità. “Nel paese dei ciechi,” dice a se stesso, “chi ha un occhio solo è il re.” Decide così di vivere con loro per provare una vita da re.

Le cose non vanno però come aveva previsto. Cerca di spiegare agli abitanti del villaggio il concetto di vista. Non capiscono. Spiega loro che sono “ciechi”. La parola cieco non fa parte del loro vocabolario. Credono che lui sia soltanto un po’ duro di comprendonio. In effetti, man mano che notano le cose non sa fare (sentire il suono dell’erba che viene calpestata, per esempio), fanno in modo di tenerlo sempre più sotto controllo. E la sua frustrazione aumenta. “Voi non capite,” urla con una voce che voleva sembrare forte e risoluta, ma che gli uscì invece spezzata. “Voi siete ciechi e io posso vedere. Lasciatemi in pace!”

Gli abitanti del villaggio non lo lasciano in pace. E non riescono neppure a vedere (si fa per dire) le virtù del suo potere particolare. Neppure l’obiettivo supremo del suo affetto, una giovane donna che a lui sembra “la cosa più stupenda di tutto il creato”, riesce a comprendere la bellezza della vista. La descrizione fatta da Nunez di quel che vede “le appare la più poetica delle fantasie, e ascolta la sua descrizione delle stelle e delle montagne e della sua stessa bellezza dolce e luminosa con un atteggiamento di colpevole benevolenza”.

“Non ci credeva”, ci dice Wells, e “poteva capire soltanto a metà, ma ne era misteriosamente affascinata.”

Quando Nunez annuncia il desiderio di sposare il suo amore così “misteriosamente affascinato”, il re e il villaggio si oppongono. “Ascolta, mia cara”, le spiega il padre, “quest’uomo è un idiota. Soffre di qualche fissazione. Non riesce a far nulla per bene.” Portano Nunez dal dottore del villaggio.

Dopo un’attenta visita, il dottore emette il responso: “Il suo cervello è malato”, sentenzia.

“Qual è la causa?” chiede il padre. “Quelle strane cose chiamate occhi ... sono malate ... a tal punto da colpire il cervello.”

Il dottore prosegue: “Credo di poter dire con ragionevole certezza che, per poterlo guarire completamente, basta una operazione chirurgica semplice e tranquilla - ovvero, rimuovere quei corpi irritanti [gli occhi]”.

“Ringraziamo il cielo per la scienza!” dice il padre al dottore. Nunez viene così informato della condizione necessaria perché gli sia concesso di sposarsi. (Per sapere come va a finire dovete leggere l’opera originale. Sono sì un sostenitore della cultura libera, ma non rivelo mai il finale di un racconto.)

Talvolta succede che le uova di due gemelli si fondano nell’utero della madre. Questa fusione produce una “chimera”. Si tratta di un’unica creatura dotata di due sequenze di DNA. Il DNA del sangue, per esempio, può essere diverso da quello della pelle. Questa possibilità è un elemento ancora poco sfruttato dagli autori di romanzi gialli:. “Ma il DNA dimostra con una certezza del 100 per cento che non era lei la persona il cui sangue è stato rinvenuto sulla scena del delitto ...”

Prima di leggere qualcosa sulle chimere, le avrei ritenute creature impossibili. Un’unica persona non può avere due sequenze di DNA. L’idea stessa del DNA è che sia il codice che caratterizza un singolo individuo. Eppure, in realtà, non soltanto due individui possono avere la medesima sequenza di DNA (gemelli identici), ma una persona può averne due sequenze diverse (chimera). La nostra comprensione di una “persona” dovrebbe riflettere questa realtà.

Più mi do da fare per comprendere l’attuale scontro sul copyright e sulla cultura, che ho definito in modo talvolta scorretto e altre volte non abbastanza scorretto “guerre del copyright”, più credo che abbiamo a che fare con una chimera. Per esempio, per quanto riguarda la domanda “che cosa vuol dire condivisione p2p?” hanno ragione e torto entrambe le parti in causa. Una fazione sostiene: “Il file sharing significa soltanto due ragazzi che registrano e si scambiano musica - quello che abbiamo fatto tutti negli ultimi trent’anni senza problemi”. È vero, almeno in parte. Quando consiglio ai miei amici di ascoltare un CD che ho comprato, ma anziché farglielo avere li rimando al mio server p2p, sotto vari aspetti non faccio nulla di diverso da ciò che sicuramente faceva da ragazzo ogni dirigente di qualsiasi etichetta discografica: condividere musica.

Ma questa descrizione è anche falsa. Quando il mio server p2p si trova su una rete, tramite la quale chiunque può avere accesso alla mia musica, sono certamente compresi i miei amici; ma il significato di “amici” va ben oltre quello comunemente inteso, se si sostiene che possono avervi accesso “i miei diecimila migliori amici”. Che sia vero o no che condividere la musica con il nostro migliore amico è una cosa che “ci è sempre stata permessa”, non è detto che questo valga anche per i “nostri diecimila migliori amici”.

Analogamente, quando l’altra fazione sostiene: “Il file sharing è proprio come entrare in un negozio, prendere un CD e portarselo via”, anche questo è vero, almeno in parte. Se, quando Lyle Lovett (finalmente) pubblica un nuovo album, invece di acquistarlo vado su Kazaa e ne trovo una copia da scaricare, mi comporto più o meno come se la rubassi in un negozio.

Però, non è esattamente così. Dopo tutto, quando prendo un CD in un negozio, ne resta uno in meno da vendere. E io, a mia volta, ne ricavo un po’ di plastica, una copertina e qualcosa da mettere in mostra sui miei scaffali. (E, visto che ci siamo, potremmo anche notare che quando mi approprio di un CD, la multa massima che potrebbe venirmi comminata, almeno in base alla normativa californiana, è di 1000 dollari. Secondo la RIAA, invece, se scarico un CD con dieci canzoni sono passibile di danni per 1.500.000 di dollari.)

Non si può dire che le cose non stiano come le descrivono le due parti in causa. La questione è che entrambe le interpretazioni sono valide - come le presenta la RIAA e come le propone Kazaa. Si tratta di una chimera. E anziché limitarsi a negare la posizione della parte opposta, dobbiamo pensare al modo giusto di gestire questa chimera. Quali norme dovrebbero governarla?

Potremmo rispondere facendo semplicemente finta che non si tratti di una chimera. Potremmo decidere, in accordo con la RIAA, che ogni azione di file sharing sia un reato grave. Potremmo perseguire le famiglie per milioni di dollari di danni soltanto perché il file sharing è avvenuto sul computer di casa. E possiamo obbligare le università a controllare tutto il traffico informatico, in modo da essere certi che nessun computer venga usato per commettere simili reati. Si tratta di risposte estreme, ma tutte sono state proposte o messe in atto concretamente [2].

In alternativa, potremmo reagire al file sharing come fanno molti ragazzi, che si comportano come se noi avessimo già dato una risposta. Potremmo legalizzarlo del tutto. Eliminiamo qualsiasi responsabilità sul copyright, sia civile che penale, per chi rende disponibile in Rete il materiale coperto dal diritto d’autore. Equipariamo il file sharing al pettegolezzo: regolato, quando lo è, da norme sociali ma non dalla legge.

Entrambe queste risposte sono plausibili. Ma penso che entrambe siano sbagliate. Piuttosto che abbracciare uno di questi due estremi, dovremmo optare per una soluzione che riconosca la verità di entrambi. E, anche se chiudo questo libro con un abbozzo di sistema che va proprio in tale direzione, il mio obiettivo, nel capitolo seguente, è quello di dimostrare quanto sarebbe disastroso adottare l’estremo della tolleranza zero. Penso che entrambi gli estremismi sarebbero peggiori di un’alternativa ragionevole. Credo però che la soluzione della tolleranza zero sarebbe il peggiore dei due.

Eppure, questa è sempre più la scelta politica del nostro governo. Nel bel mezzo del caos creato da Internet, stiamo assistendo a un incredibile tentativo di accaparrarsi il territorio. La legge e la tecnologia subiscono trasformazioni tali da fornire ai titolari di contenuti un tipo di controllo sulla cultura mai avuto prima. E in questa posizione radicale andranno perdute molte opportunità per l’innovazione e la creatività.

Non mi riferisco alle possibilità offerte ai ragazzi di “rubare” musica. Mi concentro invece sull’innovazione commerciale e culturale che troverà la morte in questa guerra. Non abbiamo mai visto una forza innovativa così ampiamente diffusa tra i cittadini, e abbiamo appena iniziato a percepire le nuove potenzialità liberate da tale forza. Eppure Internet ha già visto il passaggio di un ciclo di innovazione riguardante le tecnologie per la distribuzione di contenuti. La legge ne è responsabile. Come spiega il vicepresidente per le politiche globali di uno di questi soggetti innovatori, eMusic.com, criticando l’ulteriore protezione imposta dal DMCA sul materiale coperto da copyright,

    eMusic si oppone alla pirateria musicale. Siamo distributori di materiale protetto da copyright, e vogliamo tutelare questi diritti.
    Ma costruire una fortezza tecnologia dove mettere sotto chiave il potere delle maggiori etichette discografiche non è assolutamente l’unico modo per proteggere gli interessi del diritto d’autore, né necessariamente il migliore. Semplicemente, è troppo presto per rispondere a questa domanda. Può davvero darsi che le forze del mercato che operano in maniera naturale producano un modello industriale totalmente diverso.
    Questo è un punto fondamentale. Le scelte che i settori industriali compiono rispetto a questi sistemi daranno direttamente forma, sotto molti aspetti, al mercato dei media digitali e alla modalità con cui questi verranno distribuiti. Ciò a sua volta influenzerà in modo diretto le opzioni disponibili per i consumatori, per quanto riguarda sia la facilità con cui potranno accedere ai media digitali sia le apparecchiature necessarie per farlo. Scelte inadeguate fatte all’inizio del gioco potrebbero ritardare la crescita di questo mercato, danneggiando gli interessi di tutti [3].

Nell’aprile del 2001, eMusic.com fu acquisita da Vivendi Universal, una delle “maggiori etichette discografiche”. Ora la sua posizione su queste questioni è cambiata.

Capovolgere la nostra tradizione di tolleranza oggi finirà per schiacciare non soltanto la pirateria. Richiederà il sacrificio di valori importanti per questa cultura, e distruggerà delle opportunità che potrebbero avere uno straordinario valore.

Note al cap. 11

1. H. G. Wells, “The Country of the Blind” (1904, 1911). Si veda H. G. Wells, The Country of the Blind and Other Stories, Michael Sherborne, a cura di, New York, Oxford University Press, 1996.

2. Per un’ottima sintesi, si veda il rapporto preparato dal GartnerG2 e dal Berkman Center for Internet and Society presso la Harvard Law School, “Copyright and Digital Media in a Post-Napster World”, 27 giugno 2003, disponibile al link n. 33. I deputati John Conyers Jr. (D-Mich.) e Howard L. Berman (D-Calif.) hanno presentato un disegno di legge che considera reato grave la copia non autorizzata online, con sanzioni che arrivano a cinque anni di carcere; si veda Jon Healey, “House Bill Aims to Up Stakes on Piracy”, Los Angeles Times, 17 luglio 2003, disponibile al link n. 34. Attualmente le sanzioni civili sono fissate a 150.000 dollari per ogni canzone copiata. Per una recente (e fallita) opposizione legale alla richiesta della RIAA a un Internet provider di rivelare l’identità di un utente accusato di avere condiviso oltre 600 canzoni tramite il computer di famiglia, si veda RIAA v. Verizon Internet Services (In re. Verizon Internet Services), 240 F. Supp. 2d 24 (D.D.C. 2003). Questo utente potrebbe essere ritenuto responsabile per danni fino a 90 milioni di dollari. Simili cifre astronomiche forniscono alla RIAA un’arma potente per perseguire chi si dedica al file sharing. I patteggiamenti tra i 12.000 e i 17.500 dollari con quattro studenti accusati di frequente ricorso al file sharing sulle reti universitarie devono sembrare un’inezia di fronte ai 98 miliardi di dollari che la RIAA potrebbe chiedere se la causa dovesse finire in tribunale. Si veda Elizabeth Young, “Downloading Could Lead to Fines”, redandblack.com, 26 agosto 2003, disponibile al link n. 35. Per un esempio dell’abitudine della RIAA di prendere di mira gli studenti, e delle ingiunzioni imposte alle università perché rivelino l’identità degli studenti che si dedicano al file sharing, si veda James Collins, “RIAA Steps Up to Force BC, MIT to Name Students”, Boston Globe, 8 agosto 2003, D3, disponibile al link n. 36.

3. WIPO and the DMCA One Year Later: Assessing Consumer Access to Digital Enterteinment on the Internet and Other Media: udienza di fronte alla Sottocommissione su telecomunicazioni, commercio e tutela dei consumatori, Commissione della Camera sul commercio, 106. Cong. 29 (1999), (dichiarazione di Peter Harter, vicepresidente, Global Public Policy and Standards, EMusic.com), disponibile su LEXIS, Archivio federale delle testimonianze al Congresso.

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